Chiesa di S.Agostino o Madonna delle Grazie
Pennabilli
Il santuario fa parte di un convento agostiniano fondato dai frati che nel XIV.



Chiesa di S.Agostino o Madonna delle Grazie

Conosciuto anche come Chiesa di Sant’Agostino, il Santuario della Madonna delle Grazie di Pennabilli prende il nome dall’immagine della Vergine in trono con il Bambino, protagonista di una lacrimazione miracolosa avvenuta nel 1489 (tuttora festeggiata il terzo venerdì di marzo, detto il "Venerdì Bello") e di due apparizioni in cielo (23 febbraio 1517 e 23 febbraio 1522, San Sereno) che salvarono la città dall’assalto dei Toscani.

 

Venerdì 20 marzo 1489: il prodigio della lacrimazione
"Il 20 marzo 1489, in giorno di venerdì, la nostra Donna Gloriosa Vergine Maria, quale è nella cappella della chiesa di S. Cristoforo in la Penna, lacrimò evidentemente dall’occhio destro: le qual lacrime più volte furono asciutte e ritornavano fintantoché vi rimase la macchia per il viso come chiaramente si vede. El qual miracolo fo veduto per piùIscrizione scolpita nel 1631 sulla tribuna dell’altare a ricordo del miracolo della lacrimazione e diverse persone sì forestiere come terrieri: quali furono questi che appariscono scritti qui de sotto: e per cagione di dicto miracolo e de l’Indulgentie che sono n’lo altare de la dicta capella date per lo Beatissimo e Santissimo Papa Nostro Honorio tertio nel M.CC.XXII., come appare per una Bolla del Rev.inxpto Patre Meser Giovanne da Rimino, Veschovo de Monte Feltro: fu fatta una compagnia ed una confraternita: li qual tanto uomini che Domes sono scritti qui de sotto; et scrivansi de dì in dì secondo ce voranno intrare.

L’infrascritti sono quelli che sono stati che hanno viduto cho gli occhi soi il Miraculo scripto dallato de qua: et ferno tre e quattro volte experientia d’havere asciutto, et sempre ritornava la lacrima. 1) Cristopharo da la Penna maestro di Teologia Priore in questo tempo alla Penna; 2) Fra Giovane Perusino predicatore in questo tempo nel Convento: primo inventore et esaltatore predicandola ogni giorno in pergolo; 3) Fra Giovan Michele di Milano conventuale; 4) Fra Giorgi Albanese conventuale; 5) Fra Herculano da Cesena compagno del predicatore; 6) D. Francesco da Petra Rubbio maestro in Schola in la Penna; 7) Pier Antonio Paganuccio cittadino fiorentino Vicario de la Penna; 8) Ser Bernardino da Carmignano suo Officiale; 9) Ser Angelo d’Andrea del Zullo; 10) Ser Benedicto de Franchini; 11) El magnifico Gian Nicolò dei conti da Carpegno; 12) El Riccio da Parma capo-squadra al presente della Penna; 13) Simon del Bailo; 14) Baptista de Giuliano ed altri assai che si trovarono a vedere dicto miraculo".

(Dalla relazione stesa d’ordine di Mons. Celso Mellini, allora Vescovo di Montefeltro, ripresa dall’arcidiacono Giacomo Conticelli nel manoscritto "Descrizione della Penna" del 1658 e citata in: Luigi Dominici, "Pennabilli, culla dei Malatesta", 1956.)


Il monumento e gli affreschi del Santuario

"Il V Centenario del Venerdì Bello (1989) è stato caratterizzato dai restauri al Monumento della Madonna.Il monumento prima dei restauri del 1989 Cinque secoli e anche più per alcuni manufatti sono tanti. Il degrado naturale, accentuato da difficili condizioni statiche, rendeva urgente un intervento nella parte più delicata del Santuario, il monumento e i suoi affreschi.

Oggi un pennese, assente da Pennabilli, entrando nella Chiesa di S. Agostino, rimane scioccato.

La Madonna delle Grazie, visibile solo nelle quattro feste tradizionali, non è più quella. E stato rimosso il paliotto di legno che copriva l’affresco contenuto nell’arco: si vedono i due paggetti ai lati della Madonna e, sopra, la scena dell’Annunciazione e nella parte alta l’Eterno Padre. L’affresco, dipinto secondo gli esperti nel ’400, è stato ridotto alle attuali dimensioni nel 1528, circa 40 anni dopo il miracolo delle Lacrime, con la costruzione di una tribuna ad arco rinascimentale in marmo bianco. Per ridurre l’affresco alle dimensione dell’arco il muro è stato tagliato ai lati con l’aggiunta di due nicchie dipinte per camuffare il taglio e nella parte semicircolare alta è stata rifatta la figura dell’Eterno Padre, poiché la precedente è stata evidentemente compromessa dal taglio del muro. Ai fianchi del monumento furono dipinti alcuni medaglioni: l’Arcangelo Gabriele e la Madonna sul lato vicino all’entrataL’Annunciazione sul fianco sinistro dell’edicola, Scuola di Raffaellino del Colle (?), 1528 e altre figure sull’altro lato, non identificate. Nella parte interna dell’arco altri due medaglioni con viso di un vecchio e di una donna, anche questi da identificare. Vi sono anche lapidi e scritte ricordative. Circa un secolo dopo i Pennesi nel 1623 sovrapposero al primo monumento la parte in legno dorato rivestendo i fianchi dell’arco con cassettoni di circa un metro e sovrapponendo nella parte alta una cupola e altri elementi decorativi e nel soffitto un bel plafond a cassettoni. Otto statue decoravano la parte in legno: 4 Angeli e i Santi Zaccaria, Giuseppe, Anna e Maria Maddalena. Anche le parti in marmo furono dorate. La parte in legno è stata smontata. II Comitato del V Centenario ha in programma di continuare in futuro per portare a termine quanto interessa il Santuario a cominciare dal restauro della parte lignea ora rimossa e che comunque sarà ricollocata nel Santuario. La ricollocazione sarà studiata con chi di competenza. Non si tratta comunque di tempi brevi.

Dietro l’affresco della Madonna vi sono tracce di altre pitture, tra cui ben conservato un S. Antonio Abate, pittura del ’300. Naturalmente il tutto provoca notevoli difficoltà nell’ipotizzare l’evoluzione delle strutture esistenti.

I restauri al monumento hanno riservato una sorpresa. Sono emerse tracce di affreschi tra il monumento e l’angolo. Levando le pellicole delle tinteggiature è riapparso ben conservato un affresco di circa 20 metri quadri. Si tratta di un affresco eucaristico, in tre sezioni. Al centro l’Ultima Cena: soggetto assai comune ai pittori. In basso il sacrificio di Melchisedech. Nella Genesi cap. 15 è detto che Abramo dopo una impresa vittoriosa con 318 soldati, in cui recuperò, tutti i suoi beni e anche Lot con le donne e il popolo, ritornò nella Valle del Re. Intanto Melchisedech, Re di Shalem (Gerusalemme) "offrì pane e vino, essendo sacerdote del Dio Altissimo". E benedisse Abramo. La benedizione di Melchisedech viene ricordata nel capitolo 7 della Lettera agli Ebrei per dimostrare la superiorità del sacerdozio di Cristo, sul sacerdozio levitico con l’espressione "Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech". A noi interessa notare che nella tradizione della Chiesa il gesto di Melchisedech, che offrì pane e vino, è stato interpretato comeLe scene eucaristiche riapparse sulla parete a destra del monumento preannuncio del gesto dell’ultima Cena, in cui Cristo, sacerdote unico della nuova Alleanza, offrì se stesso nelle specie del pane e del vino. Nel Canone (preghiera eucaristica) piu antico si prega di "accettare l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote". In alto infine due scene che nella intenzione catechetica del pittore (o del committente dell’affresco) sono dimostrazioni della presenza eucaristica nel pane e vino consacrato nella Messa. A sinistra la riproduzione della profanazione dell’Ostia: da un dipinto di Paolo Uccello eseguito in Urbino su commissione della Confraternita del Corpus Domini. Forse fu Pier della Francesca a consigliare i confratelli di rivolgersi a Paolo Uccello. Si trattenne in Urbino tre anni ed era arrivato verso il 1465. Il progetto della Confraternita prevedeva l’intera pala; Paolo Uccello dipinse la predella. Con ogni probabilità il soggetto fu suggerito dai committenti. La storia è significativa: un ebreo per evidente spregio acquista da una donna bisognosa di danaro un’Ostia consacrata. A casa la pone in una padella su fuoco. Ne esce sangue in abbondanza che invade tutta la casa e fa accorrere gente. Si organizza una processione di espiazione ed il Papa in persona riporta l’Ostia in Chiesa. Segue la scena con la punizione dei colpevoli, la donna si pente e nell’ultima scena angeli e demoni si contendono il cadavere. Nel nostro affresco è riprodotta la prima parte: molto efficace la pittura soprattutto nell’evidenziare i particolari. Si tratta di una leggenda. Le tavole sono conservate nel Palazzo Ducale (stanza IX). A destra il miracolo della mula. Si riferisce alla vita di S. Antonio da Padova, che predicava a Rimini verso il 1223. L’episodio dice che un eretico di nome Bonillo non voleva sentire parlare di presenza eucaristica. Ne nacque una sfida. L’eretico Bonillo doveva tenere a rigoroso digiuno per tre giorni la sua mula; poi si sarebbero incontrati in piazza. È facile immaginare la scena: arriva l’eretico con la mula scalpitante con la cesta della biada; sopraggiunge con l’Ostensorio S. Antonio: la mula affamatissima lascia la biada per adorare l’Ostia consacrata piegando ginocchia e capo. Sul luogo è nata un’edicola e la Chiesa dei Paolotti nella piazza centrale di Rimini: a ricordo del fatto c’è Adorazione quotidiana nella Chiesa riminese. Storicamente il miracolo della mula presenta qualche problema e appare un po’ in ritardo nella iconografia di S. Antonio. Per quanto riguarda il nostro affresco va notato che la scena si trova nella Chiesa di S. Francesco di Cagli ad opera del pittore Guido Palmerucci (1380). Il miracolo della mula si trova anche nella Basilica di Padova; una riproduzione esiste anche nel Museo del Prado a Madrid. Mia intenzione è stata quella di presentare le vane situazioni in riferimento alle pitture. Essenzialmente vi sono quattro interventi distinti: ai competenti spetta studiare le pitture e come inquadrarle nell’ambiente urbinate-riminese. Ritengo anche doveroso sottolineare la collaborazione da parte della Sovrintendenza di Urbino e di altre persone, che hanno reso possibile la fase esecutiva nel non facile meccanismo governativo dei restauri. È chiaro che lo, studio delle varie situazioni ed interventi dovranno seguitare nel tempo, sia per quanto riguarda l’evoluzione architettonica nell’ambito del centro storico del castello di Penna, sia per le varie presenze artistiche e storiche".

(Di Don Enzo Busca, tratto da "V Centenario del prodigio delle lacrime", supplemento al mensile "Montefeltro", febbraio 1989)



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